Scusate la pigrizia, ma quando ce vò ce vò...
Vi riportiamo qui sotto il testo di un interessante articolo tratto da Rockol del 25 settembre.
L'originale è disponibile cliccando QUI.
Tanto per farvi capire in quali "mani" sia la musica in Italia... O dobbiamo dire "zampe" ?
Si è parlato tanto di “sistema musica”, di operatori che devono fare gruppo e formulare strategie coerenti, durante le giornate del MEET Milano che si è chiuso ieri sera nei padiglioni della Fiera di Rho. Ma quel sistema per ora non esiste (bastava girare tra gli stand e buttare un occhio ai convegni per averne immediata conferma) e tanto meno esistono strategie comuni: lo hanno ammesso, ed evidenziato, anche i relatori incaricati di presentare e commentare il Rapporto 2007 sulla Economia della musica in Italia, realizzato dal Centro Ask (Art, science & knowledge) dell’Università Bocconi in collaborazione con Dismamusica (distributori di strumenti musicali), FEM (editori musicali) e SCF (agenzia di collecting fonografico).
Tutti scontano, anche a livello politico e istituzionale (e nonostante la volonterosa presenza in sala del responsabile musica della Direzione Generale Lombardia), la dimensione ristretta del mercato, 2,95 miliardi di euro tra vendite di supporti musicali e di strumenti, diritti SIAE e connessi, incassi al botteghino di concerti e discoteche (“più o meno la spesa che gli italiani riservano alle calzature”, ha spiegato il professor Andrea Ordanini coordinatore del rapporto). Una dimensione sostanzialmente stabile nel suo complesso (- 4,6 % rispetto ai 3,1 miliardi del 2005), anche se al suo interno sta cambiando, e non poco, l’ordine dei fattori: discografia tradizionale a picco ( - 18,1 %, 607 milioni di euro di sell-out, cioè di spesa del pubblico che in tre anni ha perso circa un quarto del suo valore), “digital delivery” in leggerissima crescita (+ 1,5 %, 108,95 milioni di euro) anche se – spiega ancora Ordanini – un elemento di conforto e di speranza per la discografia è dato dalla crescita sostenuta dei contenuti a maggior valore aggiunto, download di brani musicali da Internet e da “mobile” (+ 116 %, da 3,2 a 6,9 milioni di euro) rispetto allo stallo di prodotti “saturi” e meno remunerativi per l’industria come le suonerie (da 104,1 a 102 milioni).
Il rapporto della Bocconi, giunto al suo terzo anno, rileva anche lo spostamento demografico del pubblico (in Gran Bretagna un cd su due è acquistato da chi ha più di 40 anni), la situazione più o meno stabile dell’industria della musica dal vivo (310 milioni di euro gli incassi al botteghino nel 2006: con una spesa annua per famiglia, 12 euro, che, sottolinea ancora Ordanini, “corrisponde più o meno alla metà del prezzo del biglietto di un concerto pop”) e la ripresa del segmento del ballo (285,7 milioni di euro la spesa al botteghino, il 2,1 % in più del 2005). Nel frattempo, quasi un terzo dei diritti maturati da autori e compositori musicali proviene da radio e televisione (153,4 milioni di euro, erano stati 121,6 nel 2005), aumentano in controtendenza al mercato generale i diritti connessi raccolti dai discografici attraverso la SCF (32,8 milioni di euro, + 20 % nel settore broadcasting e + 45 % nell’area dei pubblici esercizi) e cresce per il terzo anno consecutivo la spesa per strumenti musicali, fortemente correlata anche ai consumi discografici; i 350 milioni di euro incassati, + 4,4 % rispetto all’anno precedente, equivalgono tuttavia a una spesa pro capite inferiore ai 5 euro, un quarto degli Stati Uniti e quasi la metà della Germania.
Alla presentazione dei dati segue un dibattito, sollecitato da Ordanini e Stefano Baia Curioni, suo collega alla Bocconi: durante il quale Paolo Corsi (FEM) lamenta la netta contrazione degli investimenti destinabili agli artisti di “classe media” che non si autoproducono come i giovanissimi e che non sono ancora delle star, Gianluigi Chiodaroli (SCF) invita realisticamente a “aggregare le nostre debolezze per trasformarle in un punto di forza” e Antonio Monzino Jr. (Dismamusica) insiste sulla necessità di un’alfabetizzazione musicale del paese. Le conclusioni sono sconfortanti: l’industria, e il sedicente “sistema musica” non ha per ora nuovi modelli di business da proporre e risposte convincenti da offrire ai nuovi bisogni e desideri espressi dal consumatore, arroccandosi nella difesa di posizioni conservatrici e sempre più insostenibili.
I manager del settore, spiazzati dalla rivoluzione digitale e incapaci di interpretare il nuovo mercato, stanno abdicando al loro ruolo?
Visualizzazione post con etichetta Burosauri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Burosauri. Mostra tutti i post
VITTORIA DI PIRRO
Nella guerra all'ultimo respiro dichiarata al P2P dall'industria dell'intrattenimento la notizia della vittima eccellente eDonkey (dopo Napster, la rete Kazaa, il software di Grokster, WinMX e la capitolazione di BitTorrent) ha fatto scalpore.
Ma cosa è davvero cambiato ?
Soltanto una cosa: ovvero che un altro protagonista di primaria importanza nella storia della rivoluzione digitale ha ceduto sotto i colpi della mannaia giudiziaria della RIAA, abbandonando definitivamente la scena. Si tratta di MetaMachine, la società responsabile del software di eDonkey e dell'iniziazione della rete di condivisione, che ha scelto la via del patteggiamento nella causa intentatagli contro dall'associazione dei burosauri americani.
L'accordo con RIAA prevede il pagamento di un'ammenda di 30 milioni di dollari e lo stop alla distribuzione del software utile per connettersi ai peer su eDonkey2000. Difatti il sito di eDonkey2000 non è più raggiungibile, mentre provare ad accedere a eDonkey.com porta alla presentazione a video di un messaggio che recita "La rete non è più disponibile. Se rubi musica o film, infrangi la legge". Viene persino visualizzato l'indirizzo IP della connessione di rete e l'affermazione "Non sei protetto dall'anonimato quando scarichi illegalmente materiale protetto da copyright".
I discografici hanno cantato vittoria: vista l'enorme popolarità della rete eDonkey2000 questa capitolazione viene letta come un colpo durissimo al file-sharing. Ma come è facile immaginare - per chi ha qualche neurone ancora a posto - anche stavolta i burosauri hanno confezionato una panzana che nulla ha a che fare con la realtà.
Ah, i fatti, questi sconosciuti !
Nel corso di questi anni frenetici il P2P ha dimostrato di sapersi reinventare. Esistono già diversi strumenti in grado di camuffare in maniera totale la presenza dell'utente e del suo computer in rete. Uno dei migliori è Relakks, darknet svedese, segno tangibile della prossima rivoluzione dell'anonimato nel file sharing. Lo può rintracciare persino un ragazzino, ma non siamo sicuri che i burosauri siano al corrente della sua esistenza.
Nessun problema, inoltre, sembra affliggere gli ex-utenti dell'asinello. Perchè già da tempo è eMule il client predominante per la connessione alla rete di server centralizzati compatibili con eDonkey2000. Per questo, il file sharing sulla suddetta rete non ha mai subito particolari contraccolpi. Checchè ne dicano i prezzolati analisti al servizio della Preistoria.
Morale della favola: per avere ragione di un asino non basta una legione di burosauri.
Ma cosa è davvero cambiato ?
Soltanto una cosa: ovvero che un altro protagonista di primaria importanza nella storia della rivoluzione digitale ha ceduto sotto i colpi della mannaia giudiziaria della RIAA, abbandonando definitivamente la scena. Si tratta di MetaMachine, la società responsabile del software di eDonkey e dell'iniziazione della rete di condivisione, che ha scelto la via del patteggiamento nella causa intentatagli contro dall'associazione dei burosauri americani.
L'accordo con RIAA prevede il pagamento di un'ammenda di 30 milioni di dollari e lo stop alla distribuzione del software utile per connettersi ai peer su eDonkey2000. Difatti il sito di eDonkey2000 non è più raggiungibile, mentre provare ad accedere a eDonkey.com porta alla presentazione a video di un messaggio che recita "La rete non è più disponibile. Se rubi musica o film, infrangi la legge". Viene persino visualizzato l'indirizzo IP della connessione di rete e l'affermazione "Non sei protetto dall'anonimato quando scarichi illegalmente materiale protetto da copyright".
I discografici hanno cantato vittoria: vista l'enorme popolarità della rete eDonkey2000 questa capitolazione viene letta come un colpo durissimo al file-sharing. Ma come è facile immaginare - per chi ha qualche neurone ancora a posto - anche stavolta i burosauri hanno confezionato una panzana che nulla ha a che fare con la realtà.
Ah, i fatti, questi sconosciuti !
Nel corso di questi anni frenetici il P2P ha dimostrato di sapersi reinventare. Esistono già diversi strumenti in grado di camuffare in maniera totale la presenza dell'utente e del suo computer in rete. Uno dei migliori è Relakks, darknet svedese, segno tangibile della prossima rivoluzione dell'anonimato nel file sharing. Lo può rintracciare persino un ragazzino, ma non siamo sicuri che i burosauri siano al corrente della sua esistenza.
Nessun problema, inoltre, sembra affliggere gli ex-utenti dell'asinello. Perchè già da tempo è eMule il client predominante per la connessione alla rete di server centralizzati compatibili con eDonkey2000. Per questo, il file sharing sulla suddetta rete non ha mai subito particolari contraccolpi. Checchè ne dicano i prezzolati analisti al servizio della Preistoria.
Morale della favola: per avere ragione di un asino non basta una legione di burosauri.
PAY TO PLAY
Ammettetelo, ve lo siete sempre domandati tutti. Le case discografiche pagano le radio affinchè infoltiscano le proprie playlist con i brani da loro prescelti ?
Esiste una sola risposta a questo quesito: non è forse evidente ?
In America questa pratica si chiama “payola”, ed è illegale dal 1960. La discografia, però, non ha mai resistito alla tentazione di riesumarla. Lo ha fatto per ben tre volte nel giro di mezzo secolo: chissà quante altre volte succederà ancora. Le cose proibite, in fondo, sono quelle che più ci affascinano.
Lo scorso febbraio, l'avvocato dello Stato di New York Eliot Spitzer ha aperto un procedimento giudiziario per denunciare i pagamenti sottobanco ricevuti dalle radio americane da parte delle case discografiche. Brani di artisti come Jennifer Lopez, Celine Dion, Maroon 5, Franz Ferdinand e R.E.M sono finiti sotto inchiesta. In cambio di passaggi radiofonici preferenziali, le multinazionali hanno "investito" consistenti risorse per assicurarsi il sostegno delle principali emittenti radiofoniche. Per ogni brano si calcola che sia stato "investito" un equivalente in denaro compreso tra i 100 e i 500 mila dollari.
Eppure, al loro terzo tentativo, i managers delle multinazionali del disco avevano provato a farsi più furbi. Basta bustarelle nelle copertine degli albums o dei 12” inviati ai dee-jays. Basta con recapiti a domicilio di materiale promozionale da parte di atletiche biondone con la sesta di reggiseno. Basta bustine di cocaina nascoste dentro il pratico jewel box dei cd promo. Le bustarelle del nuovo millennio hanno la forma di premiums. Davvero molto moderno.
Ma di quali contropartite stiamo parlando ? Parliamo di favori e regali, ovviamente. Di concorsi esclusivi, di investimenti pubblicitari, di operazioni commerciali, di offerte di pacchetti-vacanza, persino di biglietti per la finale del Superbowl... E’ significativo il caso di Celine Dion: per suonare il suo “I Drove All Night”, ai programmatori delle radio veniva offerto un weekend gratis per due persone a Las Vegas. Ci pensate ? Le case discografiche intrattengono i programmatori delle radio, affinchè intrattengano a loro volta il pubblico con musica accuratamente "preselezionata"… Lo vedete, come funziona la grande catena dell’intrattenimento ?
Stavolta però le majors, una dopo l’altra, hanno ammesso immediatamente le loro responsabilità. Se la sono cavata con un patteggiamento, e una multicina piccina piccina. La Sony BMG, ad esempio, ha accettato di pagare una multa di 10 milioni di dollari, anziché andare per vie legali. Una cifra irrisoria, se paragonata al fatturato generato grazie al payola, valutabile nell’ordine di centinaia di milioni di dollari.
Dopo lo scoppio del nuovo scandalo, sono stati diversi gli operatori del settore europei - chiamati in causa in numerose interviste ed uscite pubbliche - ad affrettarsi a delimitare l’adozione di questa pratica al confine americano. La maggioranza dei mercati del Vecchio Continente, secondo loro, sarebbe di dimensioni troppo poco significative per pensare di correre rischi del genere. Che strano. Da noi in Italia, per esempio, il payola esiste eccome. Ed è una forma d’arte piuttosto creativa.
Una delle pratiche che vanno per la maggiore nel nostro Paese, ad esempio, è quella della cessione di punti editoriali come contropartita. Società di edizioni collegate ai gruppi radiofonici acquisiscono percentuali sui diritti di pubblica esecuzione legati a determinate canzoni, in cambio di una programmazione massiccia. Naturalmente, più passaggi vengono dati ai singoli brani, più l’introito per le radio aumenta. Un meccanismo molto ben congeniato, al quale si sono prestati nel tempo fior fiore di artisti. Da Ligabue agli Zero Assoluto.
Vi sorprende ? Non credo. Basta ascoltare cosa suonano le radio, e quanto lo suonino, per capire che c’è qualcosa di anomalo nel loro funzionamento. Ciò che invece è davvero sorprendente, è che nel nostro Paese NON ESISTE UNA LEGGE che impedisca a certi soggetti di stringere questo genere di accordi.
Naturalmente, ci sono canzoni “di successo” che godono di un trattamento privilegiato in maniera del tutto spontanea. Le radio hanno i loro criteri selettivi, e non sono certo disposte a rischiare di perdere ascolti per promuovere artisti e repertori estranei ai “valori” che desiderano veicolare. Difficilmente, perciò, i Korn passeranno mai su radio come RTL o RDS: anche di fronte a proposte indecenti. Il corollario di questa situazione è che il payola non è sufficiente per ottenere con certezza l’appoggio delle radio. Ecco perchè non ha preso piede da noi, come invece è successo negli USA.
Ma esiste anche un motivo migliore, che fotografa chiaramente quale sia la posizione della discografia in questa sceneggiata. La verità è che le bustarelle alle radio sono diventate un pessimo affare: sia per i discografici (dal momento che il mercato dei supporti fisici attraversa una clamorosa fase involutiva) che per le radio (che guadagnano molto di più dalla raccolta pubblicitaria su altri settori merceologici).
Riassumendo: sono finiti persino i soldi per corrompere. Forse è per questo che i visionari della grande industria contemporanea si stanno orientando verso la produzione di contenuti ad hoc per i media generalisti.
Certo, è diverso dal corrompere i programmatori.
E’ più come fabbricargli le scarpe su misura.
Esiste una sola risposta a questo quesito: non è forse evidente ?
In America questa pratica si chiama “payola”, ed è illegale dal 1960. La discografia, però, non ha mai resistito alla tentazione di riesumarla. Lo ha fatto per ben tre volte nel giro di mezzo secolo: chissà quante altre volte succederà ancora. Le cose proibite, in fondo, sono quelle che più ci affascinano.
Lo scorso febbraio, l'avvocato dello Stato di New York Eliot Spitzer ha aperto un procedimento giudiziario per denunciare i pagamenti sottobanco ricevuti dalle radio americane da parte delle case discografiche. Brani di artisti come Jennifer Lopez, Celine Dion, Maroon 5, Franz Ferdinand e R.E.M sono finiti sotto inchiesta. In cambio di passaggi radiofonici preferenziali, le multinazionali hanno "investito" consistenti risorse per assicurarsi il sostegno delle principali emittenti radiofoniche. Per ogni brano si calcola che sia stato "investito" un equivalente in denaro compreso tra i 100 e i 500 mila dollari.
Eppure, al loro terzo tentativo, i managers delle multinazionali del disco avevano provato a farsi più furbi. Basta bustarelle nelle copertine degli albums o dei 12” inviati ai dee-jays. Basta con recapiti a domicilio di materiale promozionale da parte di atletiche biondone con la sesta di reggiseno. Basta bustine di cocaina nascoste dentro il pratico jewel box dei cd promo. Le bustarelle del nuovo millennio hanno la forma di premiums. Davvero molto moderno.
Ma di quali contropartite stiamo parlando ? Parliamo di favori e regali, ovviamente. Di concorsi esclusivi, di investimenti pubblicitari, di operazioni commerciali, di offerte di pacchetti-vacanza, persino di biglietti per la finale del Superbowl... E’ significativo il caso di Celine Dion: per suonare il suo “I Drove All Night”, ai programmatori delle radio veniva offerto un weekend gratis per due persone a Las Vegas. Ci pensate ? Le case discografiche intrattengono i programmatori delle radio, affinchè intrattengano a loro volta il pubblico con musica accuratamente "preselezionata"… Lo vedete, come funziona la grande catena dell’intrattenimento ?
Stavolta però le majors, una dopo l’altra, hanno ammesso immediatamente le loro responsabilità. Se la sono cavata con un patteggiamento, e una multicina piccina piccina. La Sony BMG, ad esempio, ha accettato di pagare una multa di 10 milioni di dollari, anziché andare per vie legali. Una cifra irrisoria, se paragonata al fatturato generato grazie al payola, valutabile nell’ordine di centinaia di milioni di dollari.
Dopo lo scoppio del nuovo scandalo, sono stati diversi gli operatori del settore europei - chiamati in causa in numerose interviste ed uscite pubbliche - ad affrettarsi a delimitare l’adozione di questa pratica al confine americano. La maggioranza dei mercati del Vecchio Continente, secondo loro, sarebbe di dimensioni troppo poco significative per pensare di correre rischi del genere. Che strano. Da noi in Italia, per esempio, il payola esiste eccome. Ed è una forma d’arte piuttosto creativa.
Una delle pratiche che vanno per la maggiore nel nostro Paese, ad esempio, è quella della cessione di punti editoriali come contropartita. Società di edizioni collegate ai gruppi radiofonici acquisiscono percentuali sui diritti di pubblica esecuzione legati a determinate canzoni, in cambio di una programmazione massiccia. Naturalmente, più passaggi vengono dati ai singoli brani, più l’introito per le radio aumenta. Un meccanismo molto ben congeniato, al quale si sono prestati nel tempo fior fiore di artisti. Da Ligabue agli Zero Assoluto.
Vi sorprende ? Non credo. Basta ascoltare cosa suonano le radio, e quanto lo suonino, per capire che c’è qualcosa di anomalo nel loro funzionamento. Ciò che invece è davvero sorprendente, è che nel nostro Paese NON ESISTE UNA LEGGE che impedisca a certi soggetti di stringere questo genere di accordi.
Naturalmente, ci sono canzoni “di successo” che godono di un trattamento privilegiato in maniera del tutto spontanea. Le radio hanno i loro criteri selettivi, e non sono certo disposte a rischiare di perdere ascolti per promuovere artisti e repertori estranei ai “valori” che desiderano veicolare. Difficilmente, perciò, i Korn passeranno mai su radio come RTL o RDS: anche di fronte a proposte indecenti. Il corollario di questa situazione è che il payola non è sufficiente per ottenere con certezza l’appoggio delle radio. Ecco perchè non ha preso piede da noi, come invece è successo negli USA.
Ma esiste anche un motivo migliore, che fotografa chiaramente quale sia la posizione della discografia in questa sceneggiata. La verità è che le bustarelle alle radio sono diventate un pessimo affare: sia per i discografici (dal momento che il mercato dei supporti fisici attraversa una clamorosa fase involutiva) che per le radio (che guadagnano molto di più dalla raccolta pubblicitaria su altri settori merceologici).
Riassumendo: sono finiti persino i soldi per corrompere. Forse è per questo che i visionari della grande industria contemporanea si stanno orientando verso la produzione di contenuti ad hoc per i media generalisti.
Certo, è diverso dal corrompere i programmatori.
E’ più come fabbricargli le scarpe su misura.
UNIVERSAL VS. MYSPACE
Se siete tra quelli che pensano che le majors avessero già toccato il fondo, ricredetevi.
Notizie recenti ci informano che la più grande corporation del disco al mondo, ovvero Universal Music, ha citato in tribunale MySpace per violazione del copyright, sostenendo che il sito incoraggia e favorisce il libero uploading e la condivisione di materiale di proprietà della Universal.
Tira aria strana da quelle parti. Il CEO Doug Morris, di recente, si è spinto oltre ogni immaginazione, definendo "ladri" i proprietari di iPod. Siamo tutti dei ladri, amici ! Secondo Morris, inoltre, compagnie come la Apple sarebbero responsabili del fatto che milioni di persone comprino il benedetto aggeggio per ascoltarvi la musica illegalmente scaricata tramite i networks di file sharing e altri darknets.
Che stupidi, noi che abbiamo pensato che la cosa dipendesse dal fatto che la gente sia stata per quasi un secolo soggiogata dal mantra del prodotto, obbligata ad acquistare albums a prezzi esorbitanti per ascoltare musica scadente, asfissiata dal marketing ossessivo e sensazionalista iniettatole a forza tramite i grossi media, annoiata a morte dall'omologazione delle proposte. Invece è tutta colpa della Apple (la prima azienda al mondo a permettere il downloading legale di musica a pagamento), o di MySpace (il principale propulsore della scena musicale indipendente odierna).
Questa vicenda mi ricorda fin troppo facilmente il caso-Napster. E' evidente che a certa gente non ha insegnato NULLA. Ma la cosa più preoccupante è un'altra. Col suo atteggiamento, la Universal dimostra ancora una volta quanto le grosse corporations vogliano ostacolare la cultura della condivisione, che è invece il motore nonchè la linfa vitale della nuova generazione di consumatori di musica.
Senza MySpace non sarei mai potuto venire a conoscenza di molti artisti di cui ho acquistato i cd o scaricato i brani su iTunes, semplicemente perchè nè la radio nè le tv tematiche concedono a queste realtà uno spazio. Per chi fa il mio lavoro, inoltre, MySpace è una risorsa utilissima per restare in contatto col mondo reale, che è molto diverso da quello che si discute nelle riunioni di marketing. Credetemi, posso dirlo per esperienza.
La Universal, come molte majors, sostiene che le loro azioni sono rivolte a "proteggere" la proprietà intellettuale dei loro assistiti. E' però risaputo che la royalty media incassata da un artista sotto contratto major su ciascun file digitale venduto corrisponda all'incirca a 6 cents. Moltiplicandoli per i 10 brani di un album, verrebbe fuori un totale di 60 cents. La royalty media di mercato per il supporto fisico, nel caso di un album su major, è invece di circa 1,50 € per copia venduta.
Un amico, una volta, mi ha mostrato il suo contratto con una major. Ho trovato curioso che prevedesse una clausola che riduceva del 40% la base di calcolo della royalty sulle vendite digitali, a causa di "deduzioni per il packaging". Qualche poveretto, in quell'azienda, starà ancora cercando di spiegare a qualcuno come si "impacchettino" i files mp3 ?
Grazie al boom del download a pagamento e legale, quindi, la Universal - così come tutte le altre majors - ha trovato un modo di restringere ulteriormente la fetta di torta riservata ai legittimi inventori, creatori, ed esecutori delle opere da loro vendute. Altro che difesa della proprietà intellettuale.
Mi chiedo soltanto se a gente come Doug Morris non venga mai in mente un inquietante pensiero. Man mano che i guadagni degli artisti major sulle vendite di supporti musicali si avvicinano sempre di più allo zero, e vista l'attuale carenza di spazi per essere visibili, che cosa li tratterrà ulteriormente dal pensare di cominciare a regalare la loro musica, se non per altro allo scopo di farsi conoscere ? E vista l'esistenza di siti come MySpace, che consentono loro di promuovere la propria attività direttamente al pubblico, che bisogno può esserci oggi di buttare nel cesso oltre il 90% dei propri potenziali guadagni ?
Fossi nel signor Morris, ecco cosa mi farebbe veramente paura.
Notizie recenti ci informano che la più grande corporation del disco al mondo, ovvero Universal Music, ha citato in tribunale MySpace per violazione del copyright, sostenendo che il sito incoraggia e favorisce il libero uploading e la condivisione di materiale di proprietà della Universal.
Tira aria strana da quelle parti. Il CEO Doug Morris, di recente, si è spinto oltre ogni immaginazione, definendo "ladri" i proprietari di iPod. Siamo tutti dei ladri, amici ! Secondo Morris, inoltre, compagnie come la Apple sarebbero responsabili del fatto che milioni di persone comprino il benedetto aggeggio per ascoltarvi la musica illegalmente scaricata tramite i networks di file sharing e altri darknets.
Che stupidi, noi che abbiamo pensato che la cosa dipendesse dal fatto che la gente sia stata per quasi un secolo soggiogata dal mantra del prodotto, obbligata ad acquistare albums a prezzi esorbitanti per ascoltare musica scadente, asfissiata dal marketing ossessivo e sensazionalista iniettatole a forza tramite i grossi media, annoiata a morte dall'omologazione delle proposte. Invece è tutta colpa della Apple (la prima azienda al mondo a permettere il downloading legale di musica a pagamento), o di MySpace (il principale propulsore della scena musicale indipendente odierna).
Questa vicenda mi ricorda fin troppo facilmente il caso-Napster. E' evidente che a certa gente non ha insegnato NULLA. Ma la cosa più preoccupante è un'altra. Col suo atteggiamento, la Universal dimostra ancora una volta quanto le grosse corporations vogliano ostacolare la cultura della condivisione, che è invece il motore nonchè la linfa vitale della nuova generazione di consumatori di musica.
Senza MySpace non sarei mai potuto venire a conoscenza di molti artisti di cui ho acquistato i cd o scaricato i brani su iTunes, semplicemente perchè nè la radio nè le tv tematiche concedono a queste realtà uno spazio. Per chi fa il mio lavoro, inoltre, MySpace è una risorsa utilissima per restare in contatto col mondo reale, che è molto diverso da quello che si discute nelle riunioni di marketing. Credetemi, posso dirlo per esperienza.
La Universal, come molte majors, sostiene che le loro azioni sono rivolte a "proteggere" la proprietà intellettuale dei loro assistiti. E' però risaputo che la royalty media incassata da un artista sotto contratto major su ciascun file digitale venduto corrisponda all'incirca a 6 cents. Moltiplicandoli per i 10 brani di un album, verrebbe fuori un totale di 60 cents. La royalty media di mercato per il supporto fisico, nel caso di un album su major, è invece di circa 1,50 € per copia venduta.
Un amico, una volta, mi ha mostrato il suo contratto con una major. Ho trovato curioso che prevedesse una clausola che riduceva del 40% la base di calcolo della royalty sulle vendite digitali, a causa di "deduzioni per il packaging". Qualche poveretto, in quell'azienda, starà ancora cercando di spiegare a qualcuno come si "impacchettino" i files mp3 ?
Grazie al boom del download a pagamento e legale, quindi, la Universal - così come tutte le altre majors - ha trovato un modo di restringere ulteriormente la fetta di torta riservata ai legittimi inventori, creatori, ed esecutori delle opere da loro vendute. Altro che difesa della proprietà intellettuale.
Mi chiedo soltanto se a gente come Doug Morris non venga mai in mente un inquietante pensiero. Man mano che i guadagni degli artisti major sulle vendite di supporti musicali si avvicinano sempre di più allo zero, e vista l'attuale carenza di spazi per essere visibili, che cosa li tratterrà ulteriormente dal pensare di cominciare a regalare la loro musica, se non per altro allo scopo di farsi conoscere ? E vista l'esistenza di siti come MySpace, che consentono loro di promuovere la propria attività direttamente al pubblico, che bisogno può esserci oggi di buttare nel cesso oltre il 90% dei propri potenziali guadagni ?
Fossi nel signor Morris, ecco cosa mi farebbe veramente paura.
Iscriviti a:
Post (Atom)